Padova ,Tartini ed altre storie

di Sergio Durante

Un primo contributo in vista del centenario che contribuirà a una maggiore conoscenza del grande musicista piranese, vissuto così a lungo nella nostra città da potersi considerare padovano.

Che Giuseppe Tartini, nato a Pirano d’Istria nel 1692 e divenuto il più celebre violinista del Settecento abbia una speciale relazione con Padova, lo sa ogni persona mediamente colta. Ma se questa persona volesse approfondire l’argomento cosa potrebbe fare? Non esiste sul mercato librario nemmeno una succinta biografia tartiniana(1) e il ricorso a Wikipedia diventa obbligato quanto insoddisfacente. Non che vi si trovino notizie interamente errate, ma certamente troppo sintetiche e superate dalle ricerche recenti. Esiste insomma un divario notevole fra quello che una ristretta cerchia di studiosi sa di Tartini e quello che sarebbe doveroso far sapere al cittadino in termini di semplice civiltà, o se si preferisce di identità culturale.

 

E col termine ‘cittadino’ non intendo tanto ‘il padovano’ ma chiunque partecipi della più ampia comunità delle lettere perché l’opera di Tartini non rappresenta un oggetto di culto locale ma un patrimonio universale. Si consideri solo, ad esempio, che tutti i violinisti del mondo (milioni di individui, egualmente disseminati fra Occidente ed Oriente) conoscono un’opera come L’Arte dell’arco, le celebri variazioni su un basso di Corelli. Basterebbe questo se non dovessimo ricordare che circa quattrocento partiture costituiscono il legato tartiniano all’umanità, oltre a un numero non esiguo di opere teoriche ben note nell’Europa del Settecento. Non è del tutto fuori luogo un confronto con il caso di Wolfgang Amadé Mozart e con l’attenzione (niente affatto disinteressata) che Salisburgo gli ha dedicato dalla fine dell’Ottocento in poi.

Dunque Tartini sta a Padova – dove lavorò per cinquant’anni – come Mozart alla sua città natale? Non esattamente. La produzione dei due è incomparabilmente diversa: Mozart si dedicò a tutti i generi musicali del suo tempo lasciandoci un corpus di opere enormemente più fruibile rispetto alla concentrazione di Tartini su pochi generi (sonate, concerti) e su pochi strumenti. Se Salisburgo diede i natali a Wolfgang, che cordialmente la detestava, Padova rappresentò per Giuseppe il luogo di lavoro ideale, sia per la possibilità di scambi culturali ad ampio spettro che per le opportunità musicali particolarissime del santuario antoniano.

Fatte le necessarie distinzioni, resta il fatto che Tartini merita un’attenzione molto maggiore e più articolata di quella che gli è stata finora dedicata; soprattutto, un’attenzione rinnovata. Intendiamoci: illustri figure di studiosi e musicisti come Pierluigi Petrobelli, Giovanni Guglielmo, Edoardo Farina e Claudio Scimone hanno fatto per gli studi e per l’esecuzione di musiche tartiniane tutto quello che si poteva al loro tempo: la monografia di Petrobelli (Giuseppe Tartini: le fonti biografiche, Venezia e Vienna 1968) resta un riferimento fondamentale, come pure le edizioni di sonate e concerti curate da Guglielmo, Scimone e Farina. Ma il primo è un testo per specialisti eruditi e le seconde rappresentano, benché del tutto meritoriamente, una selezione drastica delle opere tartiniane, che restano ancora oggi per la maggior parte inedite.

Nell’approssimarsi del duecentocinquantesimo anniversario della morte (2020) urge promuovere iniziative finalizzate alla conoscenza di questa straordinaria personalità, la cui valenza non si limita al piano violinistico e compositivo ma comprende quello teorico-musicale ed estetico-filosofico, offrendosi allo studio come caso singolare di compromesso (o forse di arrischiata sintesi) fra controriformismo e cultura illuminista. Abbiamo infatti sia il Tartini che inventa quasi ex novo un modo moderno e razionale di trasmettere le competenze tecnico-musicali affermandosi in Europa come il ‘maestro delle Nazioni’ , sia il Tartini che cerca negli scritti di Platone la conferma di una rivelazione di cui si ritiene depositario. C’è il Tartini virtuoso ed esibizionista e c’è quello che fa mostra di una modestia nevrotica, forse perché intimorito della sua propria hybris. C’è il Tartini che si fa apprezzare da Carlo VI a Praga, ricercato da magnati di Francia ed Inghilterra, e quello che per cinquant’anni se ne sta ritirato nella città universitaria e fa viaggiare gli altri per sentirlo da tutta l’Europa alla Basilica di Sant’Antonio. Una personalità che interessa non solo per la musica che ci ha lasciato ma per la complessità del suo profilo psicologico e della sua riflessione musicale.

Questa si stende in ogni direzione possibile, dall’organologia (con le ricerche sulla forma dell’arco e lo spessore delle corde), alla teoria delle consonanze, alla musica popolare, alla teoria dell’espressività e ovviamente alla composizione: si vorrebbe definirlo un approccio ‘olistico’ se il termine non fosse abusato. Per il grande pubblico la figura del violinista aspetta ancora di essere sottratta all’alone mitografico che gli ha costruito intorno più d’uno scrittore romantico rapito dalla storiella della sonata suggerita in sogno dal demonio (la Sonata in sol minore ‘Trillo del diavolo’ disponibile oggi nell’edizione critica di Angese Pavanello).

La figura di Tartini fu restituita in forma del tutto immaginaria in una oggi dimenticata novella di Augusta Karoline Wenrich pubblicata a Praga e in quella più nota di E.T.A. Hoffmann, ma compare anche nei Cento anni di Giuseppe Rovani. Alla stessa stagione culturale appartengono una curiosa “scena per soprano, violino e orchestra” di A. Panseron (Il sogno di Tartini) e un balletto appositamente concepito per il ballerino-violinista Saint-Léon eseguito a San Pietroburgo con musica di C. Pugni. Non manca un melodramma di U. Fleres con musica di S. Falchi, ovviamente intitolato Tartini o il trillo del diavolo (1899).

Come osservava il maggiore studioso di Tartini del Novecento, Pierluigi Petrobelli, è tempo di sottrarre il maggior violinista del Settecento, ed uno dei compositori più significativi del periodo Illuminista, a questo genere di ricezione che, se ne ha tenuta viva la memoria, l’ha ridotta a un cliché molto riduttivo. Cominciare a capire davvero approfonditamente il grande Piranese è il compito che attende oggi gli studiosi e che riserverà agli appassionati, di musica e più generalmente di cultura, non poche soddisfazioni.

Tartini riserva sorprese e piaceri all’ascolto, qualora eseguito come si deve, ma non può essere interamente compreso se non all’interno del contesto vivacissimo della Padova medio-settecentesca, dove fioriscono personaggi appartati ma influenti come Giovanni Battista Ferrandini, operista e maestro di canto dell’Elettrice di Baviera, Gaetano Guadagni, protagonista della riforma Gluckiana come primo Orfeo e allievo di David Garrick (che si dilettava con un’opera delle marionette in casa propria), Giuseppe Ximenes d’Aragona, committente della Betulia liberata di Mozart. E a queste figure si aggiungono gli “armonisti” (compositori e teorici) Francesco Calegari e Francescantonio Vallotti ai quali dobbiamo riflessioni che, quantunque diverse e spesso opposte a quelle tartiniane, testimoniano una vitalità dell’ambiente musicale padovano mai più raggiunta in seguito.

1) L’ultima biografia tartiniana di intenzione divulgativa fu pubblicata da Antonio Capri nel 1945 (Giuseppe Tartini, Garzanti Milano, entro la collana “I grandi musicisti italiani e stranieri”).

 

 

DURANTE, SERGIO, Padova ,Tartini ed altre storie, in Padova e il suo territorio, 180, XXXI, aprile 2016, pp. 30-31.

Per gentile concessione della redazione.